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18 Giugno 2016
DOGO ARGENTINO di Serafino Bueti


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Tratto dal capitolo "Il Dogo Argentino in Italia"

Nelle tabelle vediamo chiaramente l’ incremento che la razza ha avuto nel nostro paese, paragonato a quello dell’ Argentina. Come possiamo notare, nei primi anni sono stati iscritti pochissimi soggetti e per vedere decollare la razza dobbiamo aspettare fino dopo gli anni 90.
Posso assicurarvi che trovare un cucciolo di Dogo negli anni ’80 era veramente una grossa impresa. In quegli anni era praticamente impossibile trovare notizie o scritture riguardanti il Dogo. Soltanto in una enciclopedia cinofila era riportata la descrizione di questa razza.
Ed è proprio leggendo questa, che è iniziato il mio interesse.
Anche se tutto ciò avvenne per pure casualità. Io e Chiara, che a quel tempo era la mia fidanzata, siamo sempre stati attratti dal mondo degli animali.
Ci divertivamo ad andare a visitare parchi e zoo. Vicino a Grosseto
c’ era una signora che possedeva animali di tutte le specie, proprio un piccolo zoo in miniatura, ed aveva anche una pensione per animali.
Passeggiando per i vialetti, all’ improvviso, da uno dei recinti adibiti a pensionato, è apparso un cane tutto bianco, con una presenza impressionante. Un Dogo Argentino! Ho esclamato subito a Chiara.
Lo guardavo e riguardavo, era proprio lui! Il fatto di poterlo vedere dal vivo era una cosa emozionante. Era il 1983. Le foto pur se ben scattate, non rendevano sicuramente giustizia a questo cane che aveva delle doti fisiche eccezionali. Esprimeva con la sua presenza e con il suo movimento la potenza, l’ agilità, la sicurezza in sé stesso, la determinazione. Era un cane bellissimo e particolare, vi assicuro che rimasi folgorato nel vederlo. Mi informai subito dalla signora su chi fosse il proprietario del cane. Nei giorni a seguire, contattai il padrone di quel Dogo e ci fissai un appuntamento.

Quando lo incontrai, seppi che aveva acquistato questo esemplare dall’ Argentina per la caccia al cinghiale, mi raccontò la sua esperienza con questo Dogo, mentre io rimanevo sempre più affascinato da questo animale che, mentre discorrevamo, ci passeggiava intorno e non disdegnava le mie carezze. Quando ci salutammo ero ancora più determinato di prima ad avere un Dogo Argentino. Mi misi alla ricerca di un cucciolo, leggendo tutte le riviste disponibili e informandomi tramite amici e conoscenti cinofili. Niente! Era introvabile!
Sembrava che in Italia nessuno avesse una femmina e la facesse figliare. Nel 1985, dopo due lunghissimi anni di ricerche continue, lessi un annuncio su di una rivista cinofila, che erano disponibili dei cuccioli di Dogo. Contattai immediatamente la persona che aveva inserito l’ annuncio, il quale mi disse che aveva ancora disponibili alcuni cuccioli. Il giorno dopo organizzai il viaggio.
Io, mia moglie che era incinta di sette mesi (nel frattempo mi ero sposato) e una coppia di amici, tutti con una A 112 blu, dove stavamo stretti come sardine, partimmo per Poggiomarino, una cittadina vicino a Napoli. Arrivati lì abbiamo conosciuto Vincenzo, che era il proprietario dei cuccioli. Lui ci dimostrò subito di essere un grande cinofilo, uno di quelli con il “cane nel sangue”, sembrava che con la sua grande esperienza, sapesse tutto. Proprio in quella occasione, scoprimmo che Vincenzo aveva attinto anche dalle genealogie di Giuseppe Citterio.
Ci mostrò diversi Dogo che esprimevano una forte tipicità e un grande carattere, mentre ci spiegava quali fossero i lati positivi e negativi di questa razza.
Finalmente scelsi la mia cucciola (Kira) e tornammo a casa. Nel 1986 presi ancora Dogo da Vincenzo, con il quale nel frattempo avevo instaurato un rapporto di profonda amicizia e stima, che tutt’ oggi è ancora molto viva nonostante lui, ormai da tempo, allevi un’ altra razza.
Da qui nacque la mia ambizione di allevare Dogo Argentino. Iniziai a frequentare le esposizioni cinofile, dove eravamo letteralmente guardati come “marziani”, perché nessuno ancora conosceva il Dogo Argentino, e chi ne aveva sentito parlare, si allontanava guardando il mio cane come fosse una belva. Ricordo che io e mia moglie, esasperati dalle tante persone che ci chiedevano che razza fosse il nostro cane, facemmo stampare in tipografia un grosso cartello con scritto in maniera molto vistosa “Dogo Argentino”, e a tutte le esposizioni lo attaccavamo alla gabbia del cane. Dopo quasi dieci anni dalla sua importazione in Italia, era ancora eclatante tutta la diffidenza che suscitava un Dogo, per non parlare della carenza di informazioni e di conoscenza anche da parte di esperti cinofili. Di fronte a una situazione così precaria, mi sono sentito in dovere di iniziare a dare anche il mio contributo a far conoscere la razza per quello che realmente era, cercando di smitizzare quella fama di cane killer che tanto ingiustamente si trascinava dietro da anni. Proprio per la grande necessità di far conoscere e apprezzare in modo più concreto questa razza, gli appassionati del Dogo di quegli anni, cercarono un modo per coalizzarsi e fare dei veri e propri piani di lavoro.Il 23 Agosto 1987 fu organizzata una riunione di appassionati, con la presenza di Giudici Italiani e Internazionali, nella quale furono discussi i seguenti punti:

1) proposta di formazione di società specializzata per la diffusione ed il miglioramento zootecnico della razza Dogo Argentino;
2) commento allo standard morfologico ( di cui il relatore fu il dott. Otto Schimpf);
3) stesura di uno standard di lavoro.

Dopo un’ ampia discussione fu raggiunta l’ intesa unitaria sugli obbiettivi da raggiungere, costituendo un Comitato Promotore che avrebbe avuto il compito di monitorare la razza in Italia e tutti i suoi appassionati, inoltre aveva l’ importantissimo compito di procedere alla formazione e riconoscimento ufficiale da parte dell’ Enci di un Club di razza, che sarebbe stato denominato D.A.C. ( Dogo Argentino Club). Il 19 Dicembre 1987 fu indetta a Genova una assemblea, nella quale erano presenti ben 59 persone. In questa sede, dopo aver dato lettura allo statuto che venne approvato all’ unanimità, fu eletto l’ organigramma completo del DAC. Il Consiglio Direttivo era così composto:

Presidente Andrea Borgioli
Vice Presidente Valerio Meucci
Tesoriere Giorgio dott. Ivani
Segretario Umberto Dari
Consiglieri Rossella Petrelli e il sottoscritto.

In occasione di questa assemblea furono tracciate inoltre le linee guida per il futuro Club. Eravamo tutti molto felici di questa iniziativa, che avrebbe potuto dare un grande impulso all’ incremento della razza. Dopo aver seguito legalmente l’ iter burocratico per la costituzione del Club e per inoltrare domanda di riconoscimento all’ Enci, attendemmo molti mesi al termine dei quali ci fu “stranamente” comunicato che la richiesta per il riconoscimento del Club non era stata accettata. Personalmente i motivi di quel rifiuto li posso immaginare, faccio presente che all’ epoca il Dogo Argentino facendo ancora parte del 5° gruppo (segugi per grossa selvaggina), operava in seno alla Società Specializzata Pro Segugio. Ma nonostante la profonda delusione che colpì tutti gli appassionati di quegli anni, la razza Dogo Argentino continuò la sua lenta ma graduale ascesa. In Italia sono sempre esistite due correnti di idee diverse sull’ utilizzo di questo cane. Una è di destinarlo alla caccia, l’ altra è di avvalersene per guardia e difesa. A tutt’ oggi queste posizioni così diverse permangono.
Per valutare le potenzialità venatorie del Dogo Argentino nel nostro territorio, nel 1989 fu organizzata una prova sul cinghiale, che fu eseguita nella tenuta privata del prof. Cantore vicino ad Orbetello. Il prof. Paolo Cantore, grande appassionato della razza e di caccia grossa, possedeva anche lui una coppia di Dogo importati direttamente dall’ Argentina e fu ben felice di ospitare nella sua proprietà appassionati, giudici e giornalisti per una reale valutazione sulle possibilità di creare una muta di Dogo. Furono quindi radunati alcuni soggetti provenienti da varie regioni, con l’ indispensabile presenza di alcuni giudici di prove di lavoro e la collaborazione del prof. Nobile, che successivamente scrisse due articoli sulla rivista Diana (n. 11 Giugno 1989) riferendo questa prova. I Dogo presenti, non avevano mai avuto esperienze venatorie e inoltre non si conoscevano fra loro. Inizialmente, trattandosi di soggetti adulti maschi, non fu facile tenerli calmi, perché pensavano esclusivamente a ringhiarsi. Furono liberati solo i Dogo più docili e gli altri furono condotti al guinzaglio. Chiaramente quelle non erano le condizioni migliori per scovare un cinghiale, infatti la prova si concluse in un fiasco completo. Alcuni giorni dopo la prova fu ripetuta, variando però le condizioni. Non più in una fitta boscaglia, ma in un recinto di circa un ettaro spoglio da vegetazione. Furono liberati la coppia di Dogo del prof. Cantore, la quale senza esitazione attaccò e immobilizzò il selvatico, come se avessero sempre fatto questo lavoro. Dopo queste due prove la conclusione dei presenti, fu che l’ unica caccia che il Dogo Argentino può svolgere è quella praticata nella madre patria:

“….il futuro di questa razza nella caccia al cinghiale in Italia potrà esserci solo cacciando nella maniera argentina”. Così Franco Nobile nel citato articolo su “Diana”; sono parole che io condivido pienamente, essendo però consapevole che questo tipo di caccia non rientra affatto nella mentalità del cacciatore italiano, che ha una visione e una metodologia completamente diversa da quella argentina, per non parlare della differenza dei terreni di caccia. D’ altra parte ho sempre pensato e sostenuto che il Dogo Argentino potesse avere un impiego migliore come cane da guardia e difesa, perché le sue doti caratteriali ne esprimevano e ne esprimono tutta la sua predisposizione.

La svolta decisiva per una maggiore diffusione del Dogo sia in Italia che all’ estero, è stata sicuramente il cambio del gruppo di classificazione: nel 1987, a Gerusalemme, durante l’ assemblea della FCI furono realizzate le modifiche delle nomenclature di alcuni gruppi. I molossi furono portati al Gruppo 2 ( guardia difesa utilità), e questo è il caso del Dogo Argentino. In Argentina fu disposto il cambio del Gruppo nell’ anno 1988 in seguito alle modifiche apportate dalla FCI.

Questa sua nuova collocazione, ha dato modo al cane di essere più conosciuto e di conseguenza di essere più apprezzato. Ricordo che quando il Dogo era ancora nel 5° gruppo e andavamo in esposizione, specialmente nei raggruppamenti serali, questo cane appariva come una nota stonata in un concerto: grosso, forte, grintoso, faceva un contrasto enorme con i piccoli e tranquilli cani da caccia con cui concorreva. L’ inserimento nel gruppo guardia difesa utilità stimolò comunque un forte interesse per questa razza, ancora troppo poco conosciuta e quindi ancora tutta da scoprire. Negli anni ’90, infatti, alcune riviste cinofile iniziarono a pubblicare articoli sul Dogo e agli occhi del grande pubblico, vedere una bella foto di un Dogo abbracciato a un bambino o ritratto in atteggiamento di adorazione verso il proprietario a volte ha più effetto di tante parole.

E’ l’ inizio di un’ ascesa: le iscrizioni all’ Enci aumentano in maniera consistente

di pari passo inizia ad aumentare il numero degli allevamenti; molti nuovi nomi vanno ad aggiungersi ai pochi già esistenti degli anni precedenti; suscita interesse anche ad alcuni addestratori, che incuriositi da questo nuovo cane, si avvicinano alla razza per capirne la potenzialità. Il primo addestratore che ha voluto testare i miei Dogo è stato Maurizio Ceracchi, della Security Dog, che nel 1990, dopo avermi contattato più volte, venne a casa mia con tutta la sua numerosa attrezzatura da lavoro. I miei cani erano tutti vissuti tranquillamente in famiglia, nessuno aveva mai osato dargli fastidio, quindi per me, che avevo sempre sostenuto che il Dogo avesse ottime potenzialità per la guardia e difesa, era una prova determinante. Al termine dei test, sia io che Maurizio, eravamo molto soddisfatti: i cani avevano risposto molto bene alle stimolazioni dimostrando anche un grande equilibrio. Queste esibizioni suscitarono ancora più interesse da parte dei media. Ricordo con grande piacere e orgoglio che, proprio in quel periodo, fui contattato dal Dott. Ferruccio Gard, giornalista di Rai 1, il quale si disse interessato a girare alcune riprese sul Dogo per una trasmissione televisiva. Ci accordammo e Gard venne a casa mia con la sua troupe. Riprese i cani in una prova di attacco e mentre giocavano con i miei bambini. Queste riprese furono poi trasmesse in fascia serale, mostrando finalmente la vera immagine del Dogo.

La razza stava prendendo forza, l’ aumento delle nascite e l’ interesse che suscitava, faceva capire che avrebbe presto “spiccato il volo”. Questa forte sensazione veniva avvertita chiaramente da tutti gli allevatori di quel momento e si faceva sempre più forte la necessità di essere tutelati da un Club, che avrebbe potuto sostenere ed aiutare la razza nella sua scalata. Ma ricostituirne uno nuovo era quasi impensabile, visto la precedente delusione. Forse mancavano le persone giuste, che avessero la capacità e il tempo libero necessario, per affrontare nuovamente tutto quel lunghissimo iter burocratico che la sua costituzione richiedeva. Fu così che iniziammo a pensare di aggregarsi ad un Club già riconosciuto. Nell’ Aprile 1991, dopo vari colloqui e incontri con il suo Presidente , il Dogo Argentino fu inserito tra le razze tutelate dal CIM (Club Italiano del Molosso). In quel momento, era il Club più adatto a poter incorporare la nostra razza, avendo come obbiettivo quello di tutelare le razze molossoidi in via di espansione. Negli anni seguenti avvenne poi quello che era prevedibile: l’ aumento delle nascite fu sempre più costante, e l’ interesse per la razza coinvolse sempre più persone.
In ambito europeo, l’ Italia stava diventando una tra le nazioni più rappresentative, non solo nel numero di cani iscritti ma anche per la qualità dei soggetti. Gli allevatori svolgevano un ottimo lavoro, cercando di produrre soggetti morfologicamente sempre più corretti e caratteristici. Negli ultimi anni, il Dogo Italiano è stato sempre molto valorizzato nelle esposizioni cinofile di grande importanza come le Europee e le Mondiali, dove si è sempre qualificato nelle prime posizioni. Da non dimenticare la recentissima esposizione Mondiale, che si è svolta a Luglio 2002 in Olanda, nella quale sono stati coronati Campioni Mondiali il mio Ch. Actarus e Fairtex Carisma della Val Curone, di Paolo Guerri: un Campionato tutto Italiano che fa orgoglio non solo agli allevatori e proprietari di questi cani, ma a tutto il nostro allevamento. Come ho già detto, l’ Italia è sicuramente tra le nazioni più rappresentative per il Dogo Argentino:
basti pensare alla esposizione Mondiale del 2000 che si è svolta a Milano, alla quale sono stati iscritti il ragguardevole numero di 236 dogo, provenienti da tutto il mondo. Per diversi anni Il CIM, svolgendo un lavoro ineccepibile, ha tutelato e portato avanti lo sviluppo del Dogo Argentino insieme alle altre otto razze incorporate nel Club stesso. Intorno all’ anno 2000, il lavoro estenuante del Club, a causa del forte incremento delle nascite della nostra razza, non poteva più sopperire appieno a tutte le necessità. Così, il 14 Ottobre del 2000, viene costituita all’ interno del CIM una sezione di razza, denominata Sezione Dogo Argentino Italia (SDAI), con un proprio organigramma interno, e il suo scopo principale è di lavorare solo ed esclusivamente per il Dogo, programmando e svolgendo varie attività atte alla divulgazione e alla tutela della razza stessa. L’ iniziativa più gradita che la SDAI ha voluto proporre è stata sicuramente l’ organizzazione di un raduno di Dogo Argentino. Questa manifestazione, che si è svolta nel Settembre 2001 e che ha avuto un successo inaspettato, con oltre 100 soggetti iscritti, provenienti anche da molti paesi europei e dalla lontana Argentina.

I rischi della notorietà
Non vi è dubbio che prima o poi il nostro Dogo correrà il rischio di diventare un cane “di moda”. Dico “rischio” perché quando le richieste di cuccioli aumentano troppo c’ è sempre la possibilità di perdere la tipicità dei soggetti andando incontro a una produzione incontrollabile in cui difficilmente prevalgono le qualità e le caratteristiche peculiari della razza. Il Dogo è un gran bel cane, soprattutto per le potenzialità fisiche e psichiche che possiede, ma chi lo acquista non si porta a casa un cane qualunque: la scelta di vivere con lui comporta una preparazione e una conoscenza approfondita, e soprattutto richiede la consapevolezza di essere in grado di conoscerlo come si deve. Uno dei compiti più importanti degli allevatori sarà dunque anche quello di saper valutare l’ acquirente, cercando di capire se possiede le caratteristiche giuste per diventare un buon proprietario, e se necessario avere la fermezza di ... sconsigliargli l’ acquisto.

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